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in un fluido incerto nesso
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....
disegni@giancarlogaleotti.it

[in un fluido incerto nesso]
di giancarlo galeotti
massa marittima novembre 2003

i miei disegni sono dedicati
a vinicio capossela e ad oskar matzerath

disegni

puniti dalla troppa passione, ci si è portati al punto
di rimanere fermi davanti ai bivi.
[vinicio capossela]

poiché la luce attrae chiunque,
la penombra invece solo gli eletti.
[oskar matzerath]

certe volte penso che in qualche parte del mondo deve pur vivere il mio doppio intelligente. per bilanciare l’evento sorprendente della mia nascita in particolare, ma forse anche come esempio per bilanciare l’evento sorprendente di tutte le nascite dell’universo. per quella specie di compensazione che solitamente non si avverte nel corso del vivere, ma che sono sicuro caratterizza tutte le vite umane, almeno quelle non interrotte prematuramente. anche adesso sto pensando che in qualche luogo del mondo deve certamente esistere il mio doppio intelligente. sto pensando a questo, mentre scendo la scala di legno della casa dei miei genitori, ma evidentemente non sto pensando soltanto a questo, perché sono accerchiato da frammenti di altri pensieri, riconoscibili e non, all’unisono, mentre sto faticosamente tentando di indossare una specie di cappottone, perché voglio uscire fuori a fare una passeggiata. mi avvicino verso la porta, e mi sento come trattenuto da una presenza indistinta, sento con una certa chiarezza le reazioni del mio corpo a questa presenza, che se non mi sbaglio, deve essere una variazione sul tema del pensiero anche lei; mi si increspano gli occhi per esempio, avverto una leggera scossa alle tempie, e mi sento molto più che appesantito, come se sotto la pelle fossi tutto di ferro, e questa circostanza (chissà poi perché), mi spinge fino a provare un chiaro sentimento di tenerezza nei confronti di mia mamma (che adesso rinnego fermamente), ancora seduta nella semioscurità della cucina; provo questo sentimento molto prima di vederla, ma soltanto se qualche frazione di secondo può essere definita un lungo periodo di tempo; inoltre sono ancora sotto l’effetto della lettera-dada che mi hai scritto, sto pensando anche a quella, devo averla letta almeno un’ora fa, ma ho ancora una strana risultante percezione di me: mi sento soltanto il contorno di una figura sfocata che intanto si sdoppia, nell’attesa di perdere ogni traccia di sé svanendo. e forse è stato questo il primo pensiero che ho pensato nell’ordine, perché adesso che sto ricordando la lettera, mi sembra di essere ancora chiaramente nel bel mezzo della scala di legno della casa dei miei genitori. e se qualcuno adesso dirà che è una contraddizione provare una sensazione di pesantezza e una di leggerezza quasi simultaneamente, be' io rispondo che questi sono problemi suoi. e quando finalmente sono fuori, fatalmente penso che non voglio più scrivere come charles bukowski, ma voglio scrivere come te, simultaneamente intanto, per piani frantumati, ma anche dimenticando le tracce dell’impalcatura della scrittura via via, come lo stampo a perdere di una statua che diventa tutt’uno con la statua. e questo esempio banaluccio, dopotutto mi piace.

il mio doppio intelligente è un me quasi identico a me nell’aspetto fisico, come forse dirò più tardi. lui ha fatto bene a nascere, e così, anche in questo preciso momento del mio scrivere, immagino stia approfittando della opportunità di essere nato. lo vedo (mi vedo) passeggiare per strada sul far della sera (e del resto questa è anche la mia ora preferita), tra le case alte di una città qualsiasi, e già che ci sono, visto che ho tutta la libertà per immaginarlo in una città qualsiasi, allora lo immagino passeggiare per le vie di l puntato, nel quartiere semipopolare della lapa, per esempio, dove peraltro si arriva anche col 28; ha tagliato per il jardim da estrela, il giardino della stella, tanto per fare qualcosa, e lì si è molto intenerito vedendo dei bambini giocare nella polvere della sera, ma assolutamente non come mi sarei intenerito io (e questo è importante sottolinearlo), come forse in seguito proverò a dire; dopo proseguirà la sua passeggiata senza meta; è piacevole perdersi per le vie delle città quando si fa sera, anche per quelle conosciute, ecco un luogo a misura del mio desiderio, deve solo ricordarsi di fare un po’ di spesa prima di rientrare in casa, basterà comprare soltanto del pane, il frigorifero non è poi così vuoto, chissà se a quest’ora è ancora aperto il pingo doce vicino casa...

ha il fisico asciutto, e anche gli occhi, neri come il futuro, ma soltanto come il mio, perché ogni giorno mi apporta un nuovo coefficiente di consapevolezza delle difficoltà. per il resto è identico a me anche se si veste diversamente, e non sarò io adesso a descrivere il suo attuale abbigliamento. passeggia con stampato nei tratti del volto il percorso che lo ha portato fino lì. difficoltà di vario genere, scelte difficili e casuali, aiuti del destino e dei conoscenti, tutto il sostegno dei familiari per quanto è stato possibile, la sua caparbietà e il suo sguardo nitido sulle cose, lo hanno portato esattamente fino lì dov’è. adesso non è gregario di nessuna situazione. né di alcuna persona. se domani succederà qualcosa, e questa cosa non lo riguarderà fisicamente, lui non se ne accorgerà nemmeno, e continuerà per la sua strada. ha terminato di lavorare circa due ore fa. lavora in una casa editrice, e il suo lavoro gli appare come una specie di missione e un riposo da se stesso al contempo. oltre che l’unica cosa che avrebbe potuto fare nella vita. il suo ruolo nella casa editrice è quello di impaginare i sedicesimi, lui sa fare bene soltanto questo, ma da circa un anno è anche editorialista e supervisore della nuova rivista che si chiama «entresou». ha dimostrato di essere intelligente fin dall’infanzia, e poi non ha disatteso nessuna aspettativa. si è laureato in lettere moderne presso l’università di coimbra, al costo di enormi sacrifici economici della sua famiglia. ha vinto una borsa di studio in italia, dove ha gettato le basi per la sua tesi originale: una comparazione tra gli scrittori (quasi) surrealisti italiani e quelli portoghesi, tanto per analizzare un periodo surrealista europeo (in letteratura) meno importante di quello del suo paese. si era appassionato alla poesia di mário cesariny. ma la sua passione non prevedeva la stupidità della passione esercitata come spesso si esercita, ma bensì l’intelligenza della passione che consiste nell’intravedere una strada per poi percorrerla col lavoro quotidiano e con le scelte e coi nervi saldi e con gli schemi, con tanti schemi. dopotutto i surrealisti italiani lo appassionavano veramente, soprattutto per i loro nomi: buzzati, bontempelli, landolfi; esercitavano su di lui una certa affascinazione. ma il suo scrittore surrealista italiano preferito era senza dubbio alberto savinio (1891/1954) (che poi si chiamava andrea de chirico, era il fratello di giorgio de chirico, ed era oltre che letterato anche musicista e pittore), del quale conosceva interi brani a memoria, soprattutto quelli che riguardavano gli odori delle città, ai quali credeva anche lui: «la città stasera si nasconde, ma io la riconosco dall’odore. odore: spirito della parte mortale degli uomini, delle cose, delle città... l’anima odorifera di una città può semplicemente rivelarsi in un’idea: anzi, è quanto più spesso succede. per dire meglio: ci sono elementi visivi, per esempio architettonici e spaziali, che fanno pensare: ecco un luogo a misura del mio desiderio. in questo caso, come per la città di k, l’odore è un fatto mentale e ricadrebbe nel dominio dei fiori...» e poi i suoi libri avevano dei titoli così belli... tragedia dell’infanzia, infanzia di nivasio dolcemare, achille innamorato, casa la vita, ascolto il tuo cuore città, narrate uomini la vostra storia, maupassant e l’altro... e questo titolo mi sembra pertinente alla trattazione... dopo la laurea era subito entrato nella grande famiglia della redazione della casa editrice di l puntato. per il resto la sua vita è caratterizzata da un certo equilibrio (nei limiti del possibile quando si vive): un rapporto disteso coi suoi genitori, ai quali non ha mai mancato di rispetto e di dimostrare il suo affetto; un rapporto disteso col sesso, che lo aveva certamente condizionato in un certo periodo della sua vita, ma che adesso considera come un incidente di percorso; un rapporto sereno col tempo libero, quello che non deve regalare ai suoi datori di lavoro, e alla causa perduta del doversi mantenere.

quando si fa tarda sera, i gesti del mio doppio e i miei si vanno lentamente ricomponendo, come una immagine sdoppiata che ritorna in fase. con l’arrivo della sera, perché la sera è la grande sincronizzatrice! e così, lui nell’alto dos moinhos, nell’alto dei mulini (a vento), io nel paesino opprimente che tu sai (dogville), siamo dei replicanti uniti dai soliti gesti inutili coi quali ci sforziamo di comunicare, e non mi si chieda come questo sia possibile, visto che lui sta avendo un rapporto sessuale con una conoscente.

ora non so lui, ma io nel corso del tempo ho fatto circa dieci disegni. insomma, tra quelli che ho fatto e quelli che ho intenzione di fare, sono arrivato a dieci. dei mie disegni mi piacciono i nomi (i disegni sono come le persone, non hanno un titolo, hanno un nome). il mio preferito si chiama «la riflessione», che un tempo doveva essere un omaggio ad un cantante, e che invece adesso, riguardandolo, mi sembra decisamente ispirato ad altri fatti. l’ho recentemente incorniciato in una bella cornice di metallo e mi sembra decisamente interessante. poi ci sono gli altri: «milagre»; «lisboa mexe-me», col trattino mi raccomando, perché è una forma riflessiva che il verbo mexer per l’appunto regge; «un addio», che col tempo è diventato un addio portoghese; «l’amore sopra l’amore», che è giusto un frammento; «il disegno della crocerossa», che poi è diventato soltanto della croce, oppure della croce rossa con lo spazio; «le strade di lei», oppure le strade di s.b., che devo ancora disegnare, e che nelle mie intenzioni dovrebbe fare riferimento a quella volta che vidi silvia in una sfortunata circostanza; «il poeta si è seduto e vorrebbe piangere», che potrebbe anche chiamarsi il poeta in tre quarti, anche se sarà un disegno scomposto in quattro quadranti, anche lui da realizzare; «oskarnello raguna nato a napoli il 21 ottobre 1912», in fase di realizzazione. il problema è il seguente: non so spiegare che cosa mi ha spinto a disegnare, né che cosa rappresentino i miei quasi dieci disegni. sarei tentato di aiutarmi utilizzando una frase di vinicio capossela, o forse di luigi russolo, non ricordo più: i miei disegni sono una serie di persone che si passano dei secchi d’acqua per spegnere un incendio. tra le altre cose sono una catena, cioè. per capirci qualcosa, forse bisognerebbe stamparli su carta trasparente e poi sovrapporli. verrebbe fuori il geroglifico della mia anima. certo, a proposito dei significati delle opere, ho ben presente il manifesto futurista sul teatro sintetico atecnico simultaneo autonomo alogico irreale. una vertigine scritta a tre mani da marinetti settimelli e corra. sono cresciuto con i manifesti futuristi, mi sembra evidente che sono al corrente di questa considerazione: «è stupido voler spiegare con una logica minuziosa tutto ciò che si rappresenta, quando anche nella vita non ci accade mai di afferrare un avvenimento interamente, con tutte le sue cause e conseguenze, perché la realtà ci vibra attorno assalendoci con raffiche di frammenti di fatti combinati tra loro, incastrati gli uni negli altri, confusi, aggrovigliati, caotizzati». di frammenti, appunto. molto meglio sarebbe se ci vibrasse attorno l'irrealtà. a ciascuno dei miei disegni vorrei associare una frase, perché ogni cosa che faccio non è mai abbastanza completa, non basta mai, e infatti su alcuni ho scritto sopra, come per esempio su «un addio portoghese» dove c’è una frase del «memoriale del convento» del mio babbo scrittore saramago: «perché, infine, da tutto possiamo fuggire meno che da noi stessi». sante parole. nei prossimi mesi mi metterò a disegnare nella mia casa e sottolineo nella mia casa; ho finito tutti i soldi che avevo a disposizione per i lavori (anzi, gabriele c’ha dovuto mettere svariati euro di tasca sua), e così per adesso basta lavori; metterò un tavolo nel centro della casa, nelle stanze vuote circola il pensiero, e poi l’ambiente mi sembra abbastanza drammatico per disegnare, considerando i miei vicini di merda. ho imparato a disegnare stando seduto, passeggiando per una città e leggendo dei libri... come diceva pablo picasso «non si cerca. si trova».

giovanni papini, lei è sara; sara, giovanni papini. ma ti prego, non chiedermi che cosa ci faccio qui con lei che non avrà nemmeno vent’anni. naturalmente mi sono fatto un’opinione su quello che mi spinge a fare dei movimenti. però devi essere fiero di me, perché prima di venire a trovarti, ho presentato a sara una strada, la via di san leonardo. non so quanti lo avrebbero fatto. e adesso le presento un fantasma... e se fossimo in tre? che cosa ne pensi giovanni? ho iniziato da poco tempo il censimento degli altri da me, e già si scopre che siamo sicuramente in tre. e quel me stesso traslucido che si vede in fondo al viale? lo vedi anche tu sara? quello che sembra di cartavelina e come sospeso in aria in fondo al vialetto; quello là; quel me identico a me nel mezzo del vialetto che conduce alle prossime tombe... sai, papini era un bravo scrittore, e l’uomo più brutto che io abbia mai visto...

più tardi ci incontreremo con una amica di sara, andremo a prendere un caffè. prima, se ci sbrighiamo, possiamo ancora fare un salto a vedere la cappella del cardinale del portogallo (jacopo di lusitania), dentro la chiesa, pregevole opera (tra gli altri) di antonio rossellino e antonio manetti. corriamo per vedere se è ancora aperta la chiesa, e corriamo dietro l’idea che mi sono fatto delle cose.

l’amica di sara è più bella di sara, ma non smette mai di parlare. devono avere la stessa eta, ma lei sembra più grande. ed è più bella. non ricordo come si chiama e non mi interessa ricordarlo. indossa degli orecchini veramente bruttissimi: classico uncino d’argento per sostenere il pendente che purtroppo è una piumetta; codesti orecchini mi sembrano sovvertite tutte le regole della gravità in un solo momento e per estensione tutte le regole. mi immagino le oscillazioni che devono fare mentre fa un lavoretto al suo fidanzato americano che però vive a mantova. mentre penso questo pensiero perdo il filo del discorso. quando parlo con la sua amica, sara diventa molto seria, si chiude nel cappottone e diventa tanto seria da fare tenerezza, poi, se interviene nella conversazione, si trasforma in sara sorridente, e questo alternarsi mi tiene sotto tensione, mi assorbe tutte le energie.

lorenzo mi parla di suo babbo che sta facendo la dialisi. lui, e non suo babbo, è dimagrito quindici chili per il dispiacere e la preoccupazione, e ha perso i capelli che gli erano rimasti, ma siccome non tutte le cose possono andare male, nei prossimi giorni andrà a vivere con la sua fidanzata e questo lo rende felice. si capisce che è felice, e io sono felice per lui, e vorrei dimostrarglielo, ma ho soltanto alcune parole a disposizione per farlo, e credo che non basteranno, e poi sto già pensando a qualcos’altro, penso che per cambiare opinione sulle cose basta ricordarsi della loro finitudine; stefania mi parla del suo lavoro nel settore della moda e del suo viaggio nei paesi dell’est. costanza mi parla della cena di lavoro coi giapponesi che dicono sempre di sì anche se non capiscono. prima di andare a letto mi dice che io devo essere molto diverso da quello che sembro...

adesso sono nella libreria edison, seduto ad un tavolino, con una tazza di caffè e i miei nuovi libri sotto il naso: «casablanca serba», racconti da belgrado, a cura di nicole janigro, i canguri, feltrinelli. «no man’s land» (terra di nessuno) di... sandro... veronesi... (il mio scrittore confidenziale) assaggi, bompiani. belgrado è il nome di una città che mi fa tremare. chi sono io per loro? che cosa spinge delle persone ad incontrarmi? che idea si sono fatte di me? devo aver perduto dei soldi oggi, il conto dei soldi che mi sono rimasti non mi torna. avrei dovuto portare la macchina fotografica, dal ballatoio della libreria edison verrebbe fuori proprio la foto movimentata che cercavo. chi sono io per le persone che mi conoscono? chi siamo?

una volta che hai scritto qualcosa, quello che rimane fuori, rimane fuori per sempre. adesso sono in attesa della lezione di portoghese sulle insidie dell’ortografia. ho ricevuto l’invito a partecipare, e pur di trovare un motivo per scappare dal paesino, sono venuto. la giornata è iniziata male, ho dormito male e poco, la colazione non mi è piaciuta, ripenso ai soldi che ho perduto, sono in largo anticipo sull’orario della lezione. mi assale un attacco di panico come quando andavo a scuola senza aver studiato, oggi come giustificazione direi che ho il cervello a compartimenti stagno, professore mi giustifichi; voglio scappare dal corso di portoghese, che cosa ci faccio qui? lo so bene come sono andate le cose con la lingua portoghese, ma non lo scriverò. decido di restare, mi nasconderò tra gli altri presenti, nessuno farà caso al fatto che sono venuto anche io, se non ricordo male l’aula seminariale è grande come tutta casa mia più la cucina di nicola messe assieme, nessuno farà caso alla mia presenza, e invece siamo solamente tre, e mi si nota proprio bene, per fortuna non devo parlare in portoghese, cristina si ricorda che avevo delle difficoltà, durante la lezione non capisco niente delle regole, mi sento una astrazione se questo vuole dire qualcosa, chi sono io per le due persone qui con me convenute? che impressione faccio? mi vedono doppio o scempio? si vede il bordo sfocato? chi è quel me uguale a me seduto in disparte nell’aula seminariale? perché lo vedo soltanto io? forse i miei occhiali sono del tipo di quelli che davano al cinema per vedere gli effetti speciali? nel bel mezzo della lezione entra una ragazza che poi scoprirò abitare dalle mie parti, avrà vent’anni anche lei. dopo la lezione le rivolgo la parola, perché quando sono molto stanco sono completamente dentro la fossa del desiderio sessuale. invece non mi chiederò chi sono io per lei, e non voglio entrare nel merito di un altro argomento che mi interessa: il destino in generale, e il destino degli incontri in particolare.

adesso invece sto per raggiungere la stazione di santa maria novella. il cielo sopra di me procede per piani, soltanto il più basso si sposta, nell'attesa di cadermi addosso. ho visto i vetri del transetto della chiesa frantumati, anche i miei occhi sono in frantumi. non mi sento più sdoppiato adesso, mi sento assente. è strano stare dove non siamo neppure noi. artur rimbaud fu piuttosto sintetico quando disse: «io sono un altro», ma io sono stato più sintetico di lui, perché mi sono visto passare, ed ho taciuto.

vi ringrazio per essere venuti a visitare i miei disegni.

le frasi di vinicio capossela nelle quali vi imbatterete, sono tratte da «il ballo di san vito», audio, video e libretto, e da «canzoni a manovella», edizioni cgd east west. la «canzone del ritorno» è un testo inedito. le frasi di oskar invece sono tratte da «il tamburo di latta» di günter grass, i narratori e universale economica, feltrinelli.

per potere citare oskar ho chiesto l'autorizzazione alla casa editrice feltrinelli senza ricevere una risposta. per citare vinicio capossela non so bene a chi chiedere il permesso.
se si ritenesse che non sono autorizzato a trascrive i brani trascritti, e che non è sufficiente riportarne la fonte, provvederò immediatamente a modificare il sito.

25-02-2007
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